Utilitarismo di Jeremy Bentham: come la felicità definisce l’azione morale

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Jeremy Bentham non era solo un filosofo. Indossava molti cappelli. Economista. Giurista. Riformatore giuridico. Ma è meglio conosciuto come il fondatore del moderno utilitarismo.

La teoria è semplice. Le azioni sono moralmente giuste se promuovono la felicità o il piacere. Sbagliato se causano infelicità o dolore. Questo vale per tutti coloro che sono interessati dall’azione. Non si tratta di preferenze individuali. Riguarda l’impatto aggregato.

La matematica della moralità

Bentham trattava l’etica come un calcolo. Voleva un sistema in cui si potessero misurare i risultati. Se un’azione aumenta il piacere netto, va bene. Se aumenta il dolore netto, è un male.

Questo approccio ha spostato l’attenzione dall’intento alla conseguenza. Non importa cosa volevi fare. Importa ciò che è realmente accaduto. L’obiettivo è la più grande felicità per il maggior numero di persone.

Perché è importante oggi

L’utilitarismo influenza la politica, la legge e le decisioni aziendali. Quando i governi assegnano le risorse, spesso valutano i costi rispetto ai benefici. Questo è il pensiero utilitaristico. È pratico. È misurabile. È anche controverso.

Non tutti sono d’accordo sul fatto che la felicità possa essere quantificata. Alcuni sostengono che ignori i diritti individuali. Altri dicono che fa troppo freddo. Ma il quadro rimane potente. Ci costringe a considerare l’impatto nel mondo reale delle nostre scelte.

Bentham morì nel 1832. Le sue idee non morirono con lui. Sono radicati nel modo in cui pensiamo alla giustizia, all’efficienza e al benessere pubblico. La domanda non è se usiamo l’utilitarismo. Dipende se lo usiamo bene.